STORIE DAL MONDO – Mauro, il bancario mancato che fa piadine a Sydney e sogna l’Asia

STORIE DAL MONDO – Mauro, il bancario mancato che fa piadine a Sydney e sogna l’Asia

A Sidney erano già atterrati Damiano e Fausto, “esportando” la piadina e così Mauro, fresco di laurea e di uno stage in un istituto bancario ma insoddisfatto di quello che la vita gli stava offrendo, decide di prendere quel volo per raggiungere i due fratelli.

E il bilancio di questi primi dieci è abbastanza positivo; Mauro scopre i suoi pregi ed i suoi difetti, impara dai suoi errori, ma vuole andare oltre i suoi limiti per raggiungere quei risultati che fino ad oggi sono un traguardo ancora lontano.

E parlando di futuro, c’è quel sogno da realizzare: imparare il giapponese e fare un viaggio in Asia.

Nel 2010, a 25 anni, hai lasciato Gussago per trasferirti a Sydney dove da due anni i tuoi fratelli avevano aperto una piadineria. Cosa ti ha spinto a prendere quel volo per iniziare questa nuova vita?

Credo, anzi ne sono più che sicuro, che la spinta me l’abbiano data le persone intorno a me; più le osservavo e più realizzavo che non riuscivo ad omologarmi a quegli schemi. Avevo una vita tranquilla con molti amici, ed una famiglia che mi voleva bene; ma tutto questo non mi bastava. Ero single, laureato da poco, senza lavoro, e con due fratelli in Australia, e con in tasca solamente i soldi necessari per acquistare il biglietto di sola andata per Sydney. Visto dove sono oggi, non è difficile capire quale sia stata la mia scelta. E appena salito su quell’aereo, ho capito che stavo facendo la cosa giusta.

Sulla homepage del vostro sito, troviamo un dato curioso; sia tu che i tuoi fratelli avete lasciato l’Italia per raggiungere la terra dei canguri all’età di 25 anni. È solo una coincidenza, oppure dietro a questo numero si nasconde una storia?

Credo che, sia per me che per i miei fratelli, quella dei 25 anni è stata l’età in cui si non si sa se formare una famiglia o perdersi per il mondo. Io non ho avuto molti dubbi, dopo due mesi dalla laurea ero in Australia. Damiano, il più grande, ha fatto da spartiacque, Fausto lo ha seguito e alla fine anch’io ho fatto la stessa scelta. Il fatto che tutti avessimo 25 anni è curioso e completamente casuale.

Hai raggiunto due fratelli, ma in Franciacorta è rimasto ancora un pezzo della tua famiglia; oltre ai genitori sono rimaste in Italia anche due sorelle. Quanto è stato difficile staccarsi da questo pezzo di famiglia per raggiungere quello che era già partito?

Lasciare la famiglia è sempre un’esperienza molto dolorosa; un’esperienza che si rinnova ogni volta che torno a casa e che devo ripartire. Sono molto legato sia ai miei genitori che alle mie sorelle, e cerco di sentirli il più possibile, anche se spesso mi sento in colpa per non essere presente; è come se avessi l’impressione di perdere qualche cosa di molto importante. Quando vivevamo insieme mi era difficile capire l’importanza che hanno avuto nella mia formazione, forse perché eravamo troppo vicini. La lontananza, invece, mi ha aiutato a mettere a fuoco i sentimenti che provo per loro. E le poche occasioni che abbiamo avuto di stare insieme in questi dieci anni, sono state veramente speciali; in modo particolare quando sono venuti a trovarci in Australia. Vederli qui a Sydney, loro che non erano mai usciti dall’Italia, è stata un’esperienza surreale e bellissima.

Sempre parlando degli affetti lasciati in quel di Gussago, come e quanto hanno influito sulla tua decisione di voler raggiungere Damiano e Fausto?

A spingermi verso questa decisione sono stati proprio Damiano e Fausto; avevano capito che avrei potuto avere un futuro migliore oltre oceano, piuttosto che in Italia. Tutti gli altri avrebbero forse preferito per me una vita più tranquilla e stabile. Mia madre, per esempio, sarebbe stata più che felice di vedermi impiegato in Banca, ben vestito e con il lavoro vicino a casa. Ma dopo un tirocinio di qualche settimana in un istituto di credito, ho capito che forse sarei stato più utile nel business di Fausto e Damiano a Sydney, tra la farina ed il caffè.

E quanto è stato importate avere due fratelli pronti ad accoglierti?

I miei Fratelli mi hanno offerto un grande appoggio, avere una casa ed un lavoro da subito è un vantaggio importante. Ammiro la forza ed il coraggio di chi affronta questo tipo di esperienza da solo, da vero proprio cuore impavido.

Facendo un passo indietro, mi hai detto che tua madre avrebbe preferito per te una vita “più tranquilla e stabile”. Dopo il suo viaggio in Australia, nel quale ti ha visto anche lavorare, ha cambiato idea?

Non direi. Credo che sia difficile per qualunque madre sapere un figlio lontano, anche se all’estero sta trovando la sua dimensione; egoisticamente, mi vorrebbe lì vicino a lei e non la biasimo per questo. Fortunatamente ci sono Sara e Jessica vicine ai miei genitori, questo rende la lontananza più sopportabile.

Adesso che sei a Sydney, la Franciacorta dista poco più di 16mila chilometri. Non hai mai pensato di mollare tutto e tornare a casa?

Non nascondo di aver avuto diversi momenti difficili, che sono riuscito a superare grazie all’appoggio della mia famiglia. L’idea di tornare, però, non mi ha mai sfiorato. Avevo come obiettivo quello di raggiungere il passaporto australiano, e fino a quando non l’avessi raggiunto, da qui non mi sarei mosso.

Passaporto a parte, gli anni passati in una metropoli come Sydney mi hanno profondamente cambiato, e tornare a casa dopo questa esperienza non sarebbe facile. Nonostante ciò, però, non escludo che se un domani sentissi il forte desiderio di tornare non esiterei a farlo.

Dal tuo arrivo in Australia, sono passati poco più di dieci anni. Quali ricordi e quali emozioni sono ancora impressi nella tua mente?

La prima cose che mi ha colpito è stato il sole. Ricordo mentre camminavo, verso la piadineria a Bondi beach, con gli occhi semichiusi per la luce quasi accecante ed il suo calore incandescente che quasi penetrava la pelle. A differenza del sole Mediterraneo, che pur essendo caldo è più gentile, in Australia è rovente e pericoloso; qui il sole è capace di ustionare anche per brevi esposizioni. L’altra cosa che mi ha maggiormente colpito è stato l’Oceano. Oltre alla sua forza immensa ed alla sua vastità, ha colpirmi è stata la temperatura glaciale dell’acqua, nella quale io non resistevo a mollo per più di 3 minuti.

Oggi, con i tuoi fratelli, gestisci la piadineria di famiglia. Quando sei sbarcato in Australia hai intrapreso subito questa attività, oppure hai iniziato la tua esperienza lavorativa facendo altro? E in Italia, di cosa ti occupavi?

Dopo due giorni dal mio arrivo qui in Australia, mi sono messo subito a lavorare in piadineria facendo il lavapiatti e, con il passare del tempo, acquisendo nuove competenze. In Italia arrivare alla laurea è stato un viaggio estenuante, forse perché non amavo quello che studiavo; ricordo ancora l’ansia mista a disperazione davanti all’enorme manuale di econometria. Per Fortuna ho fatto l’Erasmus in Grecia, un’esperienza che ricordo con molto piacere. Tra i lavoretti che facevo per pagarmi gli studi c’è stata pure una piadineria; un segno del destino?

Parlaci della situazione lavorativa in Australia. Come viene accolto uno “straniero” in cerca di lavoro? E chi invece vuole aprire una nuova attività, quali difficoltà incontra?

Il lavoro in Australia davvero non manca, anche se per colpa di questo virus (covid) ora le cose sono cambiate. Ma fino a qualche anno fa, Sydney ha sempre accolto chi avesse voglia di lavorare; questa è sempre stata una città disposta a dare un’opportunità a chiunque avesse voglia di rimboccarsi le maniche. La stragrande maggioranza degli italiani finiscono a lavorare in caffè e ristoranti italiani; gli australiani pensano che noi passiamo la maggioranza del nostro tempo pensando al cibo… e forse non hanno tutti i torti.

Aprire un attività qui, non è semplice. Molto stranieri cercano l’appoggio di una persona australiana per facilitare il processo di apertura di un business.

Come può un australiano facilitare l’avviamento di un business per uno straniero?

Per questioni di lingua e di burocrazia; una persona locale può aiutare molto, soprattutto se ha già esperienza nel mondo del business. Per il resto devo ammettere che la clientela apprezza molto vedere gli stranieri che si danno da fare offrendo servizi alla comunità.

Sicuramente hai lasciato Gussago con dei progetti in testa; sei riuscito a realizzarli? E quali progetti vorresti realizzare in futuro?

Uno dei miei sogni era imparare l’inglese, e anche se non sono madrelingua ad oggi riesco a capire e comunicare senza problemi. L’altro obiettivo, l’ottenimento del passaporto, è stato un percorso lungo 8 anni, ma una volta ottenuto mi ha reso molto felice.

Più che di un progetto, per il futuro parliamo di un sogno: imparare il giapponese. E, di conseguenza, viaggiare per l’Asia … una terra per la quale ho un vero e proprio debole.

Com’è la vita di un franciacortino all’estero? Quali sono le principali differenze con l’Italia?

La vita a Sydney è frenetica, gli impegni sono tanti, e il giorno scorre via veloce. Una delle cose che amo di più è la multiculturalità di questa città che offre un mix incredibile di razze e culture che rende Sydney una città molto eccitante. Arrivando da una realtà di provincia come la Franciacorta, il primo impatto è stato uno shock. Passato quello ho iniziato ad esplorare e apprezzare tutte le diversità che questa città offre, avvicinandomi sempre più alla cultura e al cibo asiatico verso il quale ho sviluppato una vera e propria dipendenza.

Certo, qui non si trovano la storia, l’architettura e l’arte che abbiamo in Italia; e queste mancanze alla lunga si fanno sentire.

Come si superano i momenti difficili e la nostalgia di casa, sapendo che casa non è proprio dietro l’angolo?

Ne ho avuti alcuni di momenti difficili e per superarli è necessario trovare la forza dentro se stessi per rialzarsi e tornare in carreggiata. Io ero fortunato perché vivendo a Bondi potevo andare al mare, sedermi sulla spiaggia e guardare l‘orizzonte; questa vista è riuscita spesso a calmarmi e distendermi in momenti difficili e delicati

Raccontaci qualche curiosità su Sydney e l’Australia.

Ricordo come, nei primi tempi, fui molto colpito dal fatto che gli australiani ordinassero insieme al pranzo un cappuccino; cosa che per noi italiani suona parecchio bizzarra. Altro fatto strano fu quando volli assaggiare per la prima volta una crema spalmabile chiamata “Vegemite”.

Consistenza e colore ricordavano lontanamente la Nutella anche se, osservandolo bene, il colore si avvicinava molto più al nero. Ma ad allontanarla dalla nostra crema di nocciole, è il sapore: salato e leggermente amaro … mi ci sono voluti 2 anni per abituarmici. Ora, occasionalmente, riesco ad apprezzarla spalmata in quantità minime su una fetta di pane caldo. Di certo non è la nutella!, anche se qui il toast spalmato con burro e “Vegemite” è la pietanza più diffusa.

Ripensando alla Franciacorta, quale luogo ti è rimasto nel cuore?

Sicuramente la Santissima; la vedevo dalla mia finestra del soggiorno. E’ un elogio all’estetica, tanto bella fuori, quanto vuota dentro. Quando torno vado sempre a vederla anche se da vicino delude un po’; meglio in lontananza dove, situata sulla cima del colle, offre una sensazione di maestosa quiete.

Cosa porteresti della Franciacorta in Australia? E dell’Australia in Franciacorta?

Dalla franciacorta porterei un bel vassoio colmo di cotechino nostrano con un contorno di spinaci, come lo cucina mia madre. Dall’Australia, invece, esporterei in Franciacorta le spiagge meravigliose che qui sono veramente ovunque.

A poco più di un anno dall’inizio di questa pandemia, come è stata gestita la situazione per quanto riguarda il lavoro?

Molti ragazzi che lavoravano in piadineria hanno dovuto tornare nei rispettivi paesi e, di conseguenza, ci siamo fatti in quattro per colmare quelle assenze. Un nostro negozio, purtroppo, è stato chiuso anche se devo ammettere che il governo australiano ha dato, ed ancora sta dando, una grande mano a tutti i business e a tutte le persone particolarmente colpite da questa crisi.

Quali sono ad oggi i tuoi rapporti con la Franciacorta? Ogni quanto torni nella terra che ti ha visto crescere?

Sono molto legato alla mia terra; adoro la campagna e spesso sento la mancanza del profumo di fieno, dei campi concimati, e degli schioppi di fucile nel mese di settembre. Mi manca sentire il cambio delle stagioni e il cinguettio dei passerotti. Sono tornato troppo poco in questi 10 anni, anche se l’ultima volta mi sono fermato quasi due mesi. L’obiettivo è quello di tornare quando, finalmente, riapriranno le frontiere e il Covid allenterà la sua morsa.

Da “bancario mancato”, qual è il bilancio di questi primi dieci anni lontano da casa?

Questi dieci anni sono stati una bella palestra per me, mi hanno aiutato a capire meglio chi sono mettendomi davanti ai pregi ma soprattutto ai miei difetti. É stata una bella avventura dove ho imparato tanto soprattutto dai miei errori che sono stati diversi. Sono ambizioso ma i miei limiti mi impediscono di raggiungere i risultati che vorrei ma forse è giusto che sia così. Sono soddisfatto a metà, e spero di riuscire nei prossimi anni a realizzarmi in modo più soddisfacente.

Concludiamo con un consiglio. Cosa direbbe il Mauro con dieci anni di esperienze all’estero a chi vorrebbe lasciare l’Italia in cerca di nuove avventure?

Il mio consiglio è di farlo, ma solo se si è veramente convinti. Ci vuole tanta forza per superare i momenti difficili, e molto coraggio nell’andare incontro all’ignoto. Ma questa è un’esperienza che aiuta a crescere e maturare, dandoti anche la possibilità di divertirti e conoscere molta gente da tutto il mondo.

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