Valery, Creative Brand Specialist con lo spirito da viaggiatrice

Valery Rossignoli diventa franciacortina per scelta del padre, di origini italiane ma nato in Ecuador, nel 1995, all’età di 9 anni. Una scelta, quella del genitore, che lo vede mettere le radici a Cologne; una scelta dettata dal cuore e dalla passione per il parapendio, e dalla vicinanza al Monte Orfano.

Ed è proprio il padre, con i suoi insegnamenti, a coltivare in lei il desiderio di scoprire e vivere nuove realtà. Tant’è che a soli 6 anni percorre da sola la sua prima tratta aerea di oltre 270 chilometri; e da quel giorno più nessuno è stato in grado di fermarla.

Oggi, dopo aver scoperto Londra, l’Olanda, New York e Sydney, si trova in Franciacorta, a 15 anni dalla sua partenza. E qui in Franciacorta, sogna e pianifica il nuovo viaggio, mentre si vive il luogo che la vista crescere con gli occhi da turista.

Sappiamo che hai lasciato la Franciacorta, per diventare cittadina del mondo e le ultime notizie che abbiamo di te all’estero, arrivavano da Sydney. Andando in ordine, dove ti trovi oggi, dove abitavi e quanti anni avevi quando sei partita?

Ho lasciato Sidney a maggio del 2019 e purtroppo quella che doveva essere una breve sosta in Italia, si è prolungata per via del Covid. Ma parlando del mio rapporto con il mondo, la mia prima trasferta all’estero ha avuto come destinazione Londra; avevo 18 anni. Per i primi due anni ho lavorato, solo d’estate, al Subway di Notting Hill e tornavo in Italia per frequentare e ultimare il mio corso di studi presso l’Istituto Tecnico Professionale Camillo Golgi di Brescia.

Tra lavoro estivo e studi, com’è proseguito il tuo percorso di avvicinamento all’Europa ed al mondo?

Diplomata, mi sono iscritta alla facoltà di Pubblicità e Relazioni Pubbliche alla IULM di Milano, trasferendomi al campus dell’Università. Ho sempre avuto il desiderio di vivere all’estero al secondo anno ho vinto la borsa di studio con il programma Erasmus, per la facoltà di Communication and Media alla Hanze University di Groningen in Olanda, dove ho frequentato il secondo anno universitario in Lingua Inglese. Rientrata a Milano, mi sono laureata e subito dopo ho iniziato la mia Internship come Marketing Manager a New York City per la Smeg. Dopo aver trascorso quattro anni negli States, tra New York e New Jersey, ho preso un volo transoceanico verso l’Italia per continuare la mia carriera. Ho avuto la grande opportunità di entrare nella più importante Agenzia Pubblicitaria d’Italia, “Armando Testa” a Torino e poi in una delle cinque agenzie più importanti al mondo: la “J. Walter and Thompson”. E dopo qualche anno di esperienza sono diventata Responsabile Marketing di un’azienda IT di 200 persone. Per 10 anni ho seguito e soddisfatto la mia sete di carriera e ambizione professionale, ed era arrivato il momento di soddisfare il mio spirito libero da viaggiatrice, così sono partita per Sydney, dove ho vissuto davanti all’oceano e mi sono rigenerata per sei incredibili mesi.

Qual è il tuo ricordo più significativo della tua vita all’estero?

Di ricordi, ovviamente, ne ho molti; e tra questi, ci sono dei momenti che mi hanno colpita particolarmente. Dell’Olanda ricordo con immenso piacere la qualità della vita di questo paese completamente pensato per l’essere umano. Ospedali incredibili, parchi in ogni dove, spiagge, vie ciclabili, ogni tipo di infrastruttura pensata per gli sportivi.

Passando poi a New York City, la generosità e l’umanità della gente. Ma la cosa che ho amato di più è stato il riuscire a liberarmi del “che cosa diranno gli altri”, affermazione della quale, purtroppo, in Italia siamo tutt’oggi prigionieri. E nel mio vivere il mondo, due città in particolare, Londra e New York, mi hanno liberata da questo pensiero; queste sono città dove nessuno ti guarda neanche se sei nudo. La gente esprime se stessa, senza nessuna paura; balla, canta, sorride… La gente non giudica e non ti guarda, anzi ti accompagna nell’essere spontaneo ed autentico. Ed oggi, sono felice di poter dire che ora anch’io sono così: libera.

Sei riuscita a ambientarti velocemente in queste nuove realtà che ti hanno ospitata?

Penso di si, dato che da piccola ho fatto un cambio culturale. È stato semplice adeguarmi, anche se devo dire che le prime volte, sia Londra che l’Olanda, non sono state delle passeggiate.

Di cosa ti occupi da quando sei rientrata in Italia?

Sono una Pubblicitaria specializzata nella Direzione Creativa e Strategica della Marca. E dal mio rientro in Italia ho strutturato e aperto la mia Agenzia di Comunicazione. Ma tra i miei progetti a breve e medio termine, c’è quello di tornare a lavorare in un’Agenzia Pubblicitaria nel nord Europa.

Tra i tuoi progetti futuri, ci hai appena citato un tuo desiderio. Cos’altro vorresti realizzare?

Il prossimo passo, cosa che sto già programmando, è la partenza per il Nord Europa dove vorrei fermarmi almeno una decina d’anni. Vorrei investire in un prossimo progetto di formazione olistica.

Parlando della tua voglia di viaggiare, dove nasce questo desiderio?

C’è un dettaglio importante; discendo da una famiglia ecuadoriana con origini italiane. Una famiglia di viaggiatori. Mio nonno ligure, di Monterosso al Mare, è emigrato in Ecuador. A vent’anni, mio padre, si è trasferito in Franciacorta, lui la amava. Era un parapendista, e per questo aveva scelto Cologne, per il Monte Orfano. Mi ha cresciuta Superwoman, credendomi capace di tutto…

In una famiglia di viaggiatori, come hai comunicato il tuo desiderio di partire? Qual è stata la loro reazione?

Penso che siano stati loro ad avermelo inculcato, proprio perché amano viaggiare; soprattutto mio padre e le mie zie. Il mio primo aereo da sola, l’ho preso all’età di 6 anni: da Quito a Guayaquil. Poi, sempre da sola, a 15 anni sono volata in Germania, mentre a 18 ho fatto un volo oltre oceano. E da cosa, nasce cosa… E quando io viaggiavo, mio padre era felice; lui, quando parlava di me, diceva che ero la “figlia viaggiatrice”. Ed è stato mio padre ad insegnarmi a pensare con la mia testa, ad avere coraggio, ad orientarmi; mi ha insegnato ad usare la mappa per dargli le indicazioni. Mi ha cresciuta forte e mi ha convinto che io sono in grado di fare qualsiasi cosa. Forse non era proprio così, ma grazie a quegli insegnamenti, sono riuscita a realizzare tutti i miei sogni anche quelli che sulla carta sembravano impossibili da realizzare. E tutto questo, proprio grazie a Lui, al mio Superman.

Sempre parlando dello “spirito da viaggiatore”, sappiamo che lo si scopre in una località particolare. Qual è stata, per te, questa località?

Per quanto mi riguarda, non è una località ma la destinazione è un punto di vista. Il vero viaggio non è quello di spostarsi, ma quello di aprirsi ai locali, alle culture diverse dalla tua, al saper ascoltare e quindi ad attraversare noi stessi con i nostri limiti, costruendo qualcosa di nuovo dentro di noi. Il viaggio lo fanno le persone, e se intorno ad esse c’è anche un luogo stupendo a fare da cornice a questo percorso … allora tutto diventa fantastico. Io ho sempre avuto questo spirito, il desiderio e la volontà di andare oltre i limiti che già conoscevo. Ricordo che da piccolina guardavo l’orizzonte e mi chiedevo cosa ci fosse dietro quella montagna, l’ultima che i miei occhi riuscivano a vedere. Ed è il coraggio di affrontare questa curiosità, e di affrontare questo viaggio verso l’ignoto, che fa di noi dei viaggiatori.

Sicuramente ad una viaggiatrice come te, faranno molte domande. Qual è quella che ti senti porre più spesso?

In Italia, tra le domande che mi fanno a proposito dei miei viaggi, ce n’è una in particolare ed è «Quale posto sceglieresti tra quelli in cui hai vissuto?». Penso che questa sia la più sbagliata delle domande da fare ad un viaggiatore, perché non c’è un posto da scegliere. Ognuno dei posti in cui ho vissuto è quello giusto, ovviamente per il periodo in cui l’ho vissuto. È giusto quindi che a 24 anni andassi a lavorare a New York City, perché era quello che più desideravo al tempo; mentre a 32, dopo anni di ufficio, non desideravo altro che vivere davanti al mare in un luogo spettacolare, e così sono partita per l’Australia. Come vedi, non esiste un luogo giusto; perché giusti lo sono tutti.

Per te che hai vissuto il mondo, raccontare la vita di un Franciacortino all’estero non dovrebbe essere difficile. Quali sono, dal tuo punto di vista, le principali differenze con l’Italia?

L’essere Franciacortino all’estero, è un modo di vivere. Noi siamo cresciuti con il principio che “se non vuoi fare bene una cosa, allora non farla”, e questa attenzione nei particolari, oltre a crescerci come bravi lavoratori, ci differenzia e ci da una marcia in più. Il modo in cui facciamo le cose noi, è unico ed ha un valore immenso. E proprio per questo nostro modo di essere penso che noi siamo italiani con qualcosa in più.

Per quanto mi riguarda, da franciacortina soffro moltissimo quando parliamo di mangiare e bere; tra le mie abitudini, c’è proprio quella di mangiare e bere bene, senza spendere una fortuna. Invece all’estero, quando li trovi, i nostri prodotti sono carissimi. A Sydney ho pagato un calice del nostro vino, anche 30 dollari.

Raccontaci qualche curiosità dei luoghi che ti hanno vista protagonista.

Partendo da Londra, le volpi che arrivano di notte a cercare cibo nella spazzatura. Dell’Olanda il non avere quella morbosità nei confronti della nudità. Le saune, in cui si entra nudi, sono aperte sia a uomini che a donne contemporaneamente; mentre le case non hanno le tende e puoi vedere dietro le finestre. Ma per loro tutto questo è normale. E per chi come me veniva da un’altra mentalità, all’inizio tutto questo è stato destabilizzante, ma poi ho davvero adorato questo modo di vivere con naturalezza il corpo umano in tutto il suo essere. Un modo di vivere che non mi ha mai fatta sentire osservata e scomoda; un modo di vivere che sia in Italia che in altri paesi latini ancora non conosciamo. E’ stata un’esperienza bellissima, questo grazie alla loro mentalità ed al loro … essere avanti.

Poi c’è stata New York. Da un lato la spontaneità e l’apertura mentale nei confronti dell’altro che ti permette di andare a cena con persone conosciute la mattina in ascensore; dal lato opposto, una cosa che invece mi ha destabilizzato, è l’assenza di un sistema di riciclaggio della plastica considerando che il consumo della stessa, solo negli USA, è triplicato negli ultimi anni.

E Sydney, con la sua luna al contrario, è incredibile; per noi è un’emozione indescrivibile visto che viviamo dalla parte opposta del globo. E poi le giornate. Per tutti la sveglia è alle 6 del mattino, e le giornate finiscono alle 3 o alle 4 del pomeriggio, e poi si va in spiaggia a surfare; e dalle 5, tutto è chiuso: bar, supermercati… E poi, a stupirci, è ancora il cielo dove volano pappagalli, cacatua e, la sera, pipistrelli giganti.

Ripensando alla Franciacorta, che in questo periodo stai vivendo da turista, quale luogo ti è rimasto nel cuore?

Il mio Montorfano e, uscendo dai nostri confini, il lago di Garda; sono i luoghi che mi mancano di più quando sono all’estero e quelli che torno a visitare e vivere ogni volta che torno.

Qual è il tuo rapporto con la Franciacorta?

Semplicemente d’amore. Ogni volta che torno in questa terra, mi ci innamoro sempre di più.

Parlando della tua ultima esperienza all’estero, cosa porteresti in Franciacorta?

I surfisti!

E della Franciacorta in Australia?

Il Franciacorta.

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