Federica Maifredi, classe 1980, ragioniera diplomata a Chiari, responsabile di trasporti e vendite per un’azienda della franciacorta, lascia Rovato per il Togo nel 2009. Tutto ha inizio nel 2002 quando una “vacanza alternativa”, come la definisce lei, le cambia la vita. Da quel giorno un nuovo cammino la attende, ed oltre alla fede trova anche l’amore; tra i volontari arriva Andrea, ed insieme, prima del matrimonio, condividono un’esperienza missionaria in America Latina.

Sappiamo che hai lasciato Rovato per il Togo; quale città è diventata la tua nuova casa?

Da quasi un anno vivo all’interno del “Villaggio della Gioia”, un centro di accoglienza per bambini vulnerabili, quasi tutti orfani, nella cittadina di Atakpamé.

A che età e in che anno, hai deciso di partire e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

All’età di 22 anni, correva l’anno 2002, decisi di fare una vacanza alternativa; volevo vedere coi miei occhi cosa fanno i missionari in Africa. Dopo una serie di incontri organizzati dalle suore canossiane, partii insieme ad altri 5 giovani per tre settimane nei villaggi della periferia di Lomé, in Togo. Premessa: non ero una tipa casa-chiesa-oratorio a quei tempi, tutt’altro. La fede ereditata dalla mia famiglia era da tempo stata messa in discussione e accantonata, ma quell’esperienza mi cambiò la vita. Avevo visto e non potevo più far finta che la fame e la miseria esistevano solo nelle foto dei calendari di qualche congregazione religiosa che vuole impressionare la gente e chiedere soldi. Avevo conosciuto il lavoro dei missionari, questi super eroi che da sempre mi avevano affascinata. Avevo sentito dentro il mio cuore che volevo essere come loro, una di loro. Tre anni dopo ripetevo la stessa “vacanza alternativa” a Imperatriz (Brasile) e qui decisi di partire per un tempo più lungo, giusto per capire se quello che sentivo era una voglia mia di cambiare vita (che tra l‘ altro adoravo) o se Qualcun Altro mi chiedeva di lasciare tutto e andare sino ai confini del mondo ad annunciare quella pace che io avevo ritrovata. Ci ho pregato sopra parecchio e a settembre dell’anno dopo mi sono licenziata dall’ufficio in cui lavoravo da 7 anni e sono partita per due anni consecutivi: uno in Egitto coi rifugiati sudanesi e il seguente il Sudan. Avevo 26 anni. Al mio rientro avevo capito quale era la mia strada: la missione. Nel 2009 sono stata dunque inviata in Togo (il primo amore!) dove sono tuttora. C’è stata una pausa nel mezzo, a dire la verità, perché nel 2015 è arrivato come volontario Andrea (franciacortino doc…di Corte Franca), ci siamo innamorati e siamo partiti insieme per un’esperienza missionaria di 2 anni come coppia, in America Latina. In Perù ci siamo occupati di 6 ragazzine vittime di abusi in una casa famiglia, ci siamo sposati, e nel 2018 siamo ritornati in Togo.

Per i ragazzi della nostra generazione, a vent’anni, miti e supereroi, generalmente sono altri. Cosa ti ha affascinato del lavoro dei missionari per farteli eleggere a supereroi?

A vent’anni hai tutto: libertà, giovinezza, entusiasmo, coraggio, voglia di scoprire il mondo. È sprecato buttare tutta questa “fortuna” in esperienze che ti danno forti emozioni al momento, ma che quando torni a casa e ti risvegli al mattino sono finite. Quello che mi ha affascinato dei missionari è che conservano la freschezza della gioventù facendo tutti i giorni il salto nel vuoto che fa salire l’adrenalina a mille: l’affidarsi alla Provvidenza, alla mano di Dio. Ci pensa Lui a te e ai fratelli bisognosi che ti ha messo davanti.

7 anni in un ufficio, prima di ritrovare la libertà personale e spirituale. Di cosa ti occupavi in Italia?

Subito dopo il diploma di ragioneria conseguito a Chiari, ho trovato lavoro in una S.p.A. che produce sacchetti di carta e carta in formato per alimenti in Franciacorta. Ero responsabile di trasporti e vendite; mi piaceva da matti l’ambiente, ai tempi famigliare, che si respirava in ufficio e adoravo il rapporto che riuscivo ad instaurare con i camionisti stranieri, spesso scansati perché sporchi e sudati, umili anelli indispensabili della catena economica.

Tra i volontari ed i missionari con cui hai avuto modo di collaborare, oltre ad Andrea, hai incontrato altri bresciani o franciacortini?

Non so contarli i volontari a breve termine che abbiamo ospitato in missione provenienti da Brescia e provincia. In tempi normali, raramente rimanevamo da soli, forse due mesi in un anno. Il resto del tempo abbiamo sempre avuto gente in casa, anche franciacortini, sì.

Sicuramente in questo periodo lontano da casa avrai provato tante emozioni! Qual è stato il tuo ricordo più significativo da quando sei in Togo?

Ho tantissimi ricordi vivi nel mio cuore che, a volte, riaffiorano, legati soprattutto ai miei genitori e agli amici. Se devo però tirarne fuori uno di me e della mia terra natale, non posso che rivedermi sfrecciare in sella alla mia mountain-bike, da capo Rovato a casa mia sul viale della stazione, ai tempi in cui non c’erano tutte quelle rotonde e quei dossi enormi ma solo il semaforo del famoso “croce via”. Le sere d’estate la facevo volando.

E il ricordo più significativo della tua esperienza in Togo?

La prima volta che sono entrata nell’ospedale centrale di Lomè; era il 2009 ma mi ricordo come fosse ieri. Era buio ormai, avevamo finito di sistemare una bimba ricoverata per un’infezione alla gamba quando, uscendo, notiamo un cumulo di pelle e ossa, steso sulla rete arrugginita di un letto, buona da buttare. Il panno sgualcito su cui era poggiata la creatura era fradicio di escrementi. Mentre Mari entra a chiedere spiegazioni agli infermieri, io mi avvicino con una paura indicibile. Mi sembrava di stare in un film dell’orrore. La donna cerca di parlarmi e mi dice con un filo di voce “Coca chaude” ma io credo di non capire cosa intende comunicarmi. Cocacola calda…impossibile! Invece aveva desiderio proprio di quello. Esco, le compro una lattina e, al mio ritorno, trovo Mari che mi dice che dentro non la vogliono perché è un caso sociale, ha l’ AIDS e nessun soldo per pagare le cure, quindi non ha che rimanere nel cortile.

Dopo aver soddisfatto la sua voglia di Coca e aver prontamente vomitato tutto, comperiamo il necessario per la toeletta e, trovata una canna dell’acqua, una lava la ragazza e l’altra la sorregge, per poi accompagnarla dentro e pagare tutto quello richiesto dall’assistente medico di turno per iniziare le cure. Jeanne aveva solo 26 anni e nei giorni successivi l’abbiamo seguita nella terapia che le aveva aiutata ad assumere sembianze umane.  Si era ripresa, l’avevano dimessa ma poche settimane dopo la ritroviamo nelle stesse condizioni. Le garantiamo sempre le cure e, quando dopo tre giorni torno a trovarla, è uno scheletro con gli occhi chiusi che respira a fatica. Le prendo la mano, la chiamo per nome. Jeanne apre gli occhi, mi sorride ed esala l’ultimo respiro.

E’ un ricordo triste, lo so, ma per me conta molto. Mi aveva aspettata per ringraziarmi con quella smorfia dolcissima. Da allora e fino a quando ne ho avuta la possibilità ho lavorato in programmi di sostegno per i malati di AIDS.

Sei riuscita ad ambientarti velocemente in questa nuova realtà?

Per quanto riguarda il clima sì, adoro il caldo. Il cibo è povero e sempre uguale, ma grazie al via vai dei volontari che portano sempre qualcosa di delizioso, riusciamo a variare la dieta. Alla malaria, alle altre infezioni schifose e alla povertà invece, non ci si abitua mai.

Quali progetti avevi quando sei partita, e quali sono i tuoi progetti futuri?

Più che progetti, mi muovono i sogni, i desideri di un mondo migliore per tutti, dove almeno i diritti basilari di sopravvivenza siano garantiti. Cibo, acqua, salute e istruzione, rispetto dei diritti del bambino e della donna, in molte parti del mondo sono solo utopia. Quando sono partita, volevo far parte di una comunità e, negli anni, ne ho creata una insieme ad una laica consacrata e ad una ex suora canossiana e, insieme, abbiamo dato vita ad una missione molto grande in un povero villaggio a circa 100 km da dove mi trovo ora. Una volta sposata, però, la rigidità di quello stile di vita comunitaria non mi aiutava a vivere la chiamata del matrimonio e ad aprirmi verso nuovi “Sì”. Da qui la decisione di staccarsi e di metterci a servizio della diocesi di Brescia, come coppia. Fra qualche mese, se Dio vuole, ci aspetta il Congo!

Come è la vita di un franciacortino all’estero? Quali sono le principali differenze con l’Italia?

Guarda, non ti so rispondere. Qui sei una mosca bianca e per tutti sei “Yovò”, che in lingua Ewé significa uomo bianco. Se una cosa costa 100 franchi, per te costa 500, se sei coinvolto in un incidente e sei anche l’ultimo arrivato, è colpa tua e paghi tu. Nonostante cerchi di vivere ogni giorno con l’essenziale, per loro sei il bianco ricco. La cultura è completamente diversa da quella nostra italiana, le differenze sono su ogni cosa che ti può venire in mente!

Raccontaci qualche curiosità sul Togo e sulla località in cui ti trovi!

Il Togo è uno dei primi stati dell’Africa ad essere stato colonizzato dai tedeschi; tutt’oggi esiste un birrificio a Lomé e, ad ottobre, sulla spiaggia, si festeggia l’oktober fest!  La poligamia è ampliamente diffusa e ci sono famiglie, come quella del nostro assistente medico, il cui padre ha 9 mogli e un totale di 44 figli!

Ripensando alla Franciacorta, quale luogo ti è rimasto nel cuore?

Senza alcun dubbio il monte Orfano, mèta di camminate in solitaria, col cane, con gli amici, di giorno, di notte…

Quali sono i tuoi rapporti con la Franciacorta, e ogni quanto torni?

Grazie alla possibilità della connessione internet e dei social, ci si tiene informati e ci si sente molto meno distanti. Cerchiamo di rientrare ogni 2 anni.

Se potessi portare qualcosa del Togo in Franciacorta, cosa porteresti?

Spesso penso a come sarebbe bello girare in due/tre in moto, senza casco, ciabattine ai piedi come si fa qui, anche per i borghi della Franciacorta. Porterei questa libertà incosciente.

E della Franciacorta in Togo?

Il vino, l’uva e senza pensarci su due volte un bravo meccanico di auto che qua, son tutti specialisti e sei sempre a piedi!

Parlando di attualità, come hai vissuto e come è stata gestita questa pandemia in Togo?

Per fortuna qui non è arrivata nessuna pandemia; il virus c’è ma non uccide. La popolazione è certo più giovane rispetto a quella italiana e gli adulti che arrivano ad una certa età hanno un sistema immunitario tale che permette loro di bere dalle pozzanghere, mangiare topi e nutrie, curare ciclicamente la malaria con tisane artigianali. Probabilmente qui, il fisico provato da infezioni serie durante tutta una vita, risponde bene al Covid-19. È una mia teoria ovviamente, fatto sta che, a parte l’uso delle mascherine come prevenzione, non è stata fatta nessuna chiusura di mercati, scuole, bar, ecc. Nonostante questo, settimana scorsa siamo stati vaccinati sia io che mio marito e tutte le persone che lavorano qui al Villaggio della Gioia. I vaccini arrivati dall’Europa sono stati messi a disposizione della popolazione dai 30 anni in su. È andata bene direi; se solo il virus avesse attecchito non so quanta gente sarebbe sopravvissuta.

Sicuramente, vista la tua esperienza, se qualcuno dovesse chiederti un consiglio su come diventare volontario, troverebbe in te la giusta guida. Ma come può un giovane d’oggi capire qual è la sua strada?

Credo che i giovani di oggi non siano diversi dai giovani di sempre; ora ci sono solo più distrazioni, più specchietti per attirarli in cose che non durano. D’altronde il mondo li vuole così: provare di tutto per non avere mai abbastanza di nulla. Usare e gettare cose, tempo, persone, amicizie, amore, salute.

Fidarsi solo del proprio animale domestico, dell’alcool, della droga, della bellezza fisica e dei soldi. Ma, in tutto questo vortice, Tu chi sei? Qual è il senso del tuo andare, tornare, bere, divertirti? Sei felice? Vuoi essere felice tutti i giorni della tua vita? Allora, chiediti davvero quale possa essere la tua missione personale da portare a termine per lasciare questo posto migliore di come l’hai trovato. Ognuno di noi ha delle caratteristiche diverse che sono una ricchezza quando escono fuori. Quello che sai fare tu, possono saperlo fare in tanti, ma quello che puoi fare tu, lo puoi fare solo tu.

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