STORIE DAL MONDO – Davide, dall’ONG in Brasile all’anno studio in Danimarca. E oggi la sua valigia è già pronta a seguirlo.

STORIE DAL MONDO – Davide, dall’ONG in Brasile all’anno studio in Danimarca. E oggi la sua valigia è già pronta a seguirlo.

Davide Uberti, classe 1997, lascia Iseo per la prima volta all’età di 21 anni; lo attende un periodo di stage presso l’ONG “Aldeias Infantis SOS Brasil”, a Lauro de Freitas, città confinante con Salvador de Bahia. E’ durante questa esperienza che scopre, curiosando su internet, che l’Università di Ferrara offriva tra i suoi corsi, proprio quello che lui stava cercando. Ed al rientro dall’ esperienza brasiliana si prepara per superare le selezione per cercare di raggiungere quel sogno. Un sogno iniziato nel 2019 e che oggi, al suo rientro in Italia, lo vede con la valigia pronta a seguirlo ovunque, a patto che il progetto e l’opportunità siano in linea con suoi sogni ed i suoi obiettivi.

Sappiamo che la scorsa estate, in piena pandemia, sei rientrato in Italia dopo un anno di studio in Danimarca. Quando sei partito, dove ti trovavi esattamente, e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Esatto, sono tornato a luglio dello scorso anno dopo aver trascorso un’indimenticabile esperienza in Danimarca, nella piccola cittadina di Esbjerg, sulla costa occidentale del paese. L’opportunità di vivere questa avventura mi è stata offerta grazie ad un programma “Doppio Titolo” organizzato in collaborazione da Università degli Studi di Ferrara e University of Southern Denmark (SDU).

Ricordo che scoprii dell’esistenza di questo percorso nell’agosto del 2018, mentre mi trovavo in Brasile per un tirocinio in una ONG locale. Una sera, mentre girovagavo su internet, scoprii che l’Università degli Studi di Ferrara offriva un corso che racchiudeva tutto ciò di cui ero alla ricerca: il percorso in esame combinava la possibilità di vivere un anno in un’università straniera e di frequentare nei due anni di studio fra Danimarca e Italia due diversi corsi di laurea che rispondessero alle mie passioni. Ad Esbjerg, infatti, ho frequentato il primo anno di M.Sc. in “Environmental and Resource Management”, focalizzato sulla gestione delle risorse naturali, mentre ora a Ferrara sto completando il percorso in “Green Economy and Sustainability” ed aggiungendo un background economico allo studio effettuato in Danimarca.

Ho creduto fin da subito che questa scelta fosse per me la migliore e, con tanto sacrificio e un po’ di fortuna, sono riuscito a superare l’iter selettivo e a guadagnarmi questo mio piccolo sogno, che è iniziato nell’agosto del 2019.

In questo lontano da casa, sicuramente avrai provato tante emozioni! Qual è il tuo ricordo più significativo di questa tua esperienza danese?

Si, ho provato tante emozioni, talvolta anche contrastanti e che si sono evolute nel corso del tempo. Due sono i momenti particolari che mi piacerebbe condividere con voi: il primo è l’arrivo nella città, il primo giorno. Dentro di me si nascondevano una serie di emozioni uniche, da un lato c’erano la gioia di conoscere il mio nuovo paese e la mia nuova casa, mentre dall’altro ricordo un senso di smarrimento. Fortunatamente, già la sera stessa, lo smarrimento iniziale aveva lasciato spazio alla curiosità di vivere la nuova realtà che avevo di fronte.

Il secondo ricordo, invece, è il più significativo ed emozionante di questa mia avventura. Una delle ultime serate prima di tornare in Italia abbiamo organizzato in dormitorio la festa d’addio per salutare le persone con le quali avevo condiviso l’anno. In quell’occasione, mi è stata regalata una bandiera danese con al di sopra alcune dediche e riflessioni dei colleghi del corso di laurea che ho frequentato. È stato molto emozionante e completamente inaspettato, una delle sorprese più belle mai ricevute.

La Danimarca mi ha regalato emozioni uniche e l’anno che ho vissuto non lo ricorderò solo per l’istruzione e le competenze sviluppate, ma soprattutto per i rapporti umani che si sono costruiti con le diverse persone che ho incontrato nel corso dell’anno e che ancora oggi continuano, nonostante la distanza. 

A volte per ambientarsi in una nuova città, ci vuole tempo. Sei riuscito ad ambientarti velocemente in questa nuova realtà?

In questo senso, non è stato semplice soprattutto l’approccio al nuovo mondo accademico. Infatti, mentre fin da subito ho stretto legami con le persone e mi sono ritrovato a mio agio nella città, non è stato semplice il primo periodo di università. Uno degli aspetti migliori del corso che frequentavo erano le diverse provenienze di noi studenti. Eravamo in 25 in aula e provenivamo da ogni parte del mondo: Africa, America, Asia ed Europa.

Il primo impatto con l’ambiente accademico è stato difficile a causa sia del metodo di studio che avevo sempre adottato in Italia sia per l’utilizzo della lingua inglese. Durante il primo mese faticavo addirittura a seguire le lezioni, mentre i compagni di corso erano già in grado di interagire con i professori con una facilità disarmante. Tuttavia, il desiderio di colmare le mie lacune e di raggiungere il loro stesso livello è stato fondamentale e in breve tempo lo sforzo è stato ripagato.

Per quanto riguarda il metodo di studio, invece, il sistema universitario danese ha richieste diverse rispetto al mondo accademico italiano che avevo vissuto durante la laurea triennale. La richiesta di conoscenza teorica è inferiore rispetto alle nostre università, mentre ci si concentra molto su progetti e articoli accademici che devono essere sviluppati in gruppo o in forma individuale. È stato fondamentale modificare il metodo di studio che adottavo in precedenza, per lasciare spazio ad un ad una visione più critica e trasversale nei confronti di ciascuna materia.

Quali progetti avevi quando sei partito? Sei riuscito a realizzarli?

Sono partito con l’idea di vivere un’esperienza cogliendo tutte le opportunità che mi si sarebbero presentate strada facendo. L’obiettivo principale era quello di fare un buon percorso a livello accademico, perché quello era il motivo per cui mi stavo trasferendo. Allo stesso tempo, ritenevo importante migliorare ulteriormente la lingua inglese, visto che chi mi conosce sa che il mio rapporto con le lingue straniere non è mai stato idilliaco.

Una volta arrivato ad Esbjerg, invece, le prospettive sono cambiate. Mi sono reso conto che i due progetti che mi ero prefissato erano sicuramente importanti, ma che c’erano anche altre opportunità che avrebbero reso l’esperienza unica. In primis, l’aver stretto legami di amicizia con studenti di ogni parte del mondo che mi hanno donato tanto e molto mi doneranno in futuro.

Inoltre, sono anche riuscito a ritagliarmi un posto nella squadra di calcio locale. Lo sport è per me sempre stato un motivo di crescita mentale e fisica ed il calcio è sempre stato la mia passione, fin da piccolo. L’integrazione nello spogliatoio della squadra non è stata molto problematica, anche in virtù del fatto che non ero l’unico straniero. In aggiunta, l’allenatore parlava in inglese, quindi tutto è risultato più semplice.

Infine, in collaborazione con cittadini locali e alcuni studenti, abbiamo anche creato un’associazione di volontariato che si occupa di trasmettere nella comunità locale la conoscenza degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e, al contempo, di sviluppare dei progetti da implementare per contribuire al loro raggiungimento.

Ed ora che sei rientrato in Italia, quali sono i tuoi progetti futuri?

L’obiettivo a breve termine è quello di concludere il percorso di studi, visto che ormai mi mancano due esami e sto scrivendo la tesi. Il mio sogno è quello, un giorno, di aprire un’azienda che si occupi dei temi di sostenibilità ed economia circolare, per trasmettere un aiuto concreto alla transizione ecologica che stiamo vivendo e che, mi auguro, sarà il pilastro dei prossimi anni. La mia speranza è quella di riuscire a contribuire positivamente al cambiamento del nostro Paese.

Al momento mi sto proiettando verso il mercato del lavoro: a breve inizierà un nuovo percorso, che cercherò di affrontare con i valori che mi hanno sempre accompagnato e in cui ho sempre creduto, quali costanza, determinazione ed umiltà. Tutto sarà nuovo e mi rendo conto di essere soltanto all’inizio, ho ancora tanta strada da fare e tantissimo da imparare. Sono molto curioso per quanto riguarda il mio futuro e cercherò di sfruttare al meglio tutte le opportunità che mi si presenteranno.

Come è la vita di un franciacortino all’estero? Quali sono le principali differenze con l’Italia?

La vita che vivo in Franciacorta è diversa da quella vissuta in Danimarca. Credo che questi mesi trascorsi a seguire i corsi di studio di Ferrara dal salotto di casa mi stiano facendo apprezzare ancora di più le ore trascorse in università in Danimarca.

I danesi nonostante siano un popolo diverso dal nostro, non mi hanno mai riservato trattamenti ostili. Al contrario, nella maggior parte dei casi si sono dimostrati aperti al dialogo, anche se la cultura differente a volte faceva scaturire piccole discussioni soprattutto in ambito accademico.

Il paesaggio è completamente diverso rispetto alla Franciacorta. Mi mancavano moltissimo le montagne, visto che uno dei miei hobby preferiti è quello di fare delle passeggiate o delle corse sulle creste dei rilievi, condite da un paesaggio mozzafiato. In Danimarca, invece, le città offrono la possibilità di godere di ampi parchi e spazi verdi e si crea un connubio fra natura e area urbana che è veramente rilassante. Inoltre, mi ha stupito la bellezza dei tramonti sulle coste del Mare del Nord.

Anche clima e cibo sono differenti. Il clima mi ha messo a dura prova, visto che l’inverno ci ha regalato pochissime giornate in assenza di pioggia e vento. Per quanto riguarda il cibo, invece, diciamo che ho sentito la mancanza della cucina italiana e, in particolare, di un’ottima pizza.

Raccontaci qualche curiosità sulla città in cui ti trovavi e sulla Danimarca!

Esbjerg è una tranquilla cittadina, molto legata alle proprie tradizioni. Il porto della città è un fondamentale centro industriale per il Paese: è diventato uno dei principali centri di spedizione in Europa per le turbine eoliche offshore.  Inoltre, sulla lunga costa che si affaccia sul Mare del Nord si trova un monumento chiamato “Men at Sea”, che simboleggia la città e dà il benvenuto alle navi che entrano nel porto. Nel periodo invernale, infine, è molto caratteristico il centro storico, dove la piazza principale si trasforma in una grande pista di pattinaggio per il tempo libero. 

In generale, la Danimarca è un paese dove lo stile di vita consente di coniugare al meglio il tempo libero e il lavoro. Inoltre, i danesi sono molto patriottici e legati alle tradizioni e posso confermare tutto quanto già ben riportato da Arianna nella sua intervista: al compimento dei 25 anni si viene cosparsi di cannella, mentre ai 30 se non ci si è ancora sposati ci si deve aspettare del pepe. In aggiunta, ad Esbjerg, quando si festeggia il compleanno è buona tradizione mettere alla finestra o nel giardino della casa del festeggiato/a una enorme bandiera della nazione.

Forse un anno, con la consapevolezza che poi saresti tornato in Italia, non ti ha permesso di sentire la giusta nostalgia della tua terra. Ma ripensando alla Franciacorta, quale luogo ti dava la forza per affrontare le difficoltà dell’essere lontano da casa?

Spesso mi capitava di ripensare al mio paese e a dove sono cresciuto. La lontananza si è fatta sentire e in quei momenti mi piaceva ripensare al nostro lago e alla bellezza delle nostre montagne, che mi hanno sempre donato una sensazione di libertà. Inoltre, un pensiero fisso era rivolto anche alle passeggiate fra i vigneti di Borgonato, che mi ricordano la mia infanzia e di cui ho tanti ricordi positivi. 

Partendo da questa tua breve esperienza, se potessi portare qualcosa della Danimarca in Franciacorta, cosa porteresti?

Porterei senza dubbio il loro stile di vita e il senso di comunità. Troppo spesso in base ai nostri canali social veniamo etichettati dalla società, si respira un senso di superficialità che a me personalmente impaurisce. In base alla mia esperienza, posso dire che in Danimarca questi fattori sono molto meno considerati.

Infine, porterei il loro rispetto per il pianeta. La “sostenibilità” è un termine che è ormai diventato di moda, ma che solo pochi ad oggi riescono a tradurre in azioni concrete. Se portassimo la sensibilità che il governo e i cittadini danesi dimostrano ormai da anni, anche la Franciacorta diventerebbe senza ombra di dubbio un piccolo paradiso terrestre, dove al contorno dei vigneti e delle nostre bellezze si affiancherebbero una serie di iniziative legate a turismo e mobilità sostenibile che porterebbero giovamento all’intera comunità.

E della Franciacorta in Danimarca?

Della Franciacorta in Danimarca porterei i nostri vini e le nostre cantine, oltre che le nostre montagne e bellezze naturali che ci circondano e di cui a volte non riusciamo a godere a pieno. Viviamo in uno dei posti più belli del mondo, ma a volte sembra che non ce ne si renda conto.

Torniamo a parlare di attualità. Da studente in un paese straniero, come hai vissuto questa pandemia?

Il momento più difficile e buio dell’esperienza è legato all’arrivo della pandemia in Italia, a metà marzo. In quei giorni la paura e il timore di perdere persone a me care e il pensiero delle difficoltà che stavate attraversando in Italia mi hanno messo davvero a dura prova. Lo stress mentale a cui ero sottoposto si è moltiplicato, anche perché le notizie che arrivavano da amici e familiari si facevano ogni giorno più tristi e dolorose. Nonostante questo, decisi di rimanere in Danimarca, consapevole del fatto che difficilmente avrei potuto ripetere un’esperienza simile.

In Danimarca il virus è arrivato a fine marzo, ma con meno intensità. L’università è proseguita con lezioni ed esami a distanza e, nonostante la pandemia, non ci sono stati rallentamenti nel percorso e nell’erogazione dei diversi corsi, anche perché l’università era già preparata per trasferire tutti i corsi online.

Adesso che questo tuo viaggio è giunto al termine, se si presentasse l’occasione per lasciare casa e trasferirti all’estero per lavoro saresti disposto a fare i bagagli e ripartire da zero?

Come ho già detto prima, il mio obiettivo è quello di cercare di contribuire positivamente allo sviluppo del nostro Paese. Allo stesso tempo, è naturale che sia aperto a qualsiasi opportunità. Fare i bagagli e ripartire da zero non mi ha mai fatto troppa paura, anche perché ho sempre pensato che all’inizio di un nuovo percorso, professionale o accademico, si riparta sempre da zero, consapevoli però del proprio bagaglio di esperienze e competenze accumulate fino a quel momento.

Vivo il cambiamento come uno strumento di crescita, anche quando faccio degli errori e fallisco in qualche obiettivo, consapevole però che in ogni progetto che intraprenderò nel corso della mia vita cercherò sempre di mettere tutto il mio impegno e la mia passione.

Sempre parlando di un ipotetico trasferimento all’estero, per quanto riguarda la tua esperienza personale dopo questo anno di studio, quale sarebbe la nazione nella quale vorresti tentare un’esperienza per crescere professionalmente?

La Danimarca sarebbe un paese che prenderei sicuramente in considerazione, nonostante il clima non mi entusiasmi. Probabilmente cercherei di cambiare città e andare a vivere ad Århus, Aalborg, Odense o Copenhagen, che ho visitato e mi hanno fatto un’ottima impressione.

In Europa sono diversi i paesi che valuterei con attenzione: Olanda, Germania e Gran Bretagna sono sicuramente fra questi. In generale sono disposto a spostarmi ovunque, a patto che il progetto e l’opportunità siano in linea con miei sogni e i miei obiettivi.

All’inizio di questa intervista, ci hai accennato al tirocinio in Brasile per una ONG locale. Quindi, possiamo dire che la tua esperienza di franciacortino all’esterno, è iniziata molto prima di questo anno di studio. Cosa ci racconti di quell’esperienza?

Quell’esperienza rappresenta per me uno spartiacque. Partii per il Brasile nel luglio del 2018 per svolgere un periodo di stage di due mesi presso l’ONG “Aldeias Infantis SOS Brasil”, a Lauro de Freitas, città confinante con Salvador de Bahia. Si trattava di un tirocinio curriculare, nato con l’obiettivo di contribuire al raggiungimento del SDG17 “Partnership for the Goals” che fa parte della raccolta degli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile che ho già accennato in precedenza.

Questa avventura, nonostante sia stata più breve rispetto all’anno vissuto in Danimarca, mi ha permesso di vivere una realtà completamente diversa dalla nostra quotidianità e, sotto alcuni aspetti, è stata anche più significativa. Ho vissuto in una favela a Salvador, ospitato da una famiglia locale. Ho ricordi indelebili di quell’esperienza che si mischiano nella mia mente: il Brasile è un paese stupendo, in grado di offrire bellezze uniche, ma che allo stesso tempo si trova a fronteggiare una forte disuguaglianza che divide la società.

Mi ha colpito particolarmente la vita nelle comunità più povere, dove le famiglie devono combattere per avere accesso ad un pasto quotidiano e ci sono situazioni di degrado che mettono in pericolo l’intera comunità. Le emozioni che ho provato durante quei due mesi sono difficili da descrivere a parole: il tirocinio e la vita in favela mi hanno donato la possibilità di comprendere quanto io sia stato fortunato nel corso della mia infanzia e mi ha spalancato gli occhi di fronte a problemi ben più rilevanti di quelli che fino a quel momento avevo vissuto. 

Non è stato semplice e in alcuni momenti non nascondo di non essermi sentito al sicuro. Questa esperienza mi ha segnato profondamente, regalandomi una nuova sensibilità verso la vita e una crescita umana che mi accompagnerà per tutto il resto del mio percorso.

Concludiamo con una domanda sui franciacortini all’estero. In queste tue esperienze lontano da casa, hai avuto modo di conoscere o frequentare gente proveniente dalla tua terra?

No, durante queste esperienze non ho conosciuto persone provenienti dalla Franciacorta. Un consiglio che mi sento di dare alle ragazze e ai ragazzi che vivono la nostra terra è quello di aprirsi ad un’esperienza all’estero e di non avere timore di non essere all’altezza della situazione. Questi viaggi sono occasioni uniche e che spesso si presentano solo una volta nella vita: non abbiate paura di sbagliare e continuate ad inseguire e lottare per i vostri sogni e le vostre ambizioni.

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