Alessandro d’Ansemburg, classe 1976, è l’unico dei tre fratelli ad essere cresciuto completamente in paese. Dopo aver compiuto un percorso scolastico, come lo definisce lui, di apertura notevole che gli ha permesso di scoprire e conoscere la provincia di Brescia, allarga i suoi orizzonti frequentando università in Olanda e Inghilterra.

E dopo la laurea, il primo lavoro in Siria, a Damasco, con le Nazioni Unite, prima di trasferirsi negli Stati Uniti: Manhattan è la città che Alessandro ha scelto per un nuovo inizio. Oggi, con la moglie, i tre bambini e il piccolo Giotto, vive a Brooklyn dove ha aperto uno studio di consulenza strategica che ha nel nome l’abbreviazione del paese in cui è cresciuto. 

Ma in questo quarto di secolo lontano da casa, con la Franciacorta è in contatto continuo per la gestione e la manutenzione della casa di famiglia; quel Palazzo Monti della Corte che è stato tra le prime dimore storiche ad aderire all’ADSI, e dove la madre portò, in poco tempo, la produzione di Franciacorta da 5.000 a 75.000 bottiglie l’anno.

Sappiamo che hai lasciato Corte Franca per gli Stati Uniti, destinazione Brooklyn. A che età hai deciso di partire, e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Ho vissuto a Nigoline dalla nascita alla Maturità Classica. Asilo ed elementari in paese, medie dai Frati di Adro e poi l’Arnaldo a Brescia. A me sembrava già di aver fatto un percorso di apertura notevole, ma poi ho iniziato ad allargare i miei orizzonti con università in Olanda e Inghilterra e le prime esperienze di vita all’estero in Spagna.

Dopo la Laurea in Antropologia Sociale e Migrazioni, alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra nel 2006, ho trovato un primo lavoro con le Nazioni Unite a Damasco in Siria, all’UNRWA, (https://www.unrwa.org) occupandomi di gestione dei servizi sociali per i Palestinesi in Siria. A Damasco ero con Marianne, anche lei lavorava con rifugiati Iracheni in Siria, ma all’UNICEF, e ci siamo fidanzati nel 2007, per poi sposarci a Nigoline il 21 Giugno 2008. Marianne è mezza francese e mezza americana e dopo l’esperienza siriana ci siamo trasferiti prima a Manhattan dove è nato il nostro primo figlio Tommaso, e poi, a Brooklyn nel 2011 quando è arrivato il nostro secondo, Giacomo.

Che bagaglio, sia culturale che di esperienze, ti ha lasciato il lavoro con le Nazioni Unite?

La rete delle Nazioni Unite è paragonabile ad una grande apparato statale, benché distribuito su tutto il pianeta. Dopo aver lavorato all’UNRWA, ho collaborato con altre agenzie ONU per progetti più piccoli e ho stretto amicizia con tanti che ci hanno lavorato. Ci sono tanti idealisti e anche tanta gente “di mestiere”, magari anche attaccata ai privilegi che lavorare per l’ONU comporta.  Personalmente è stato l’inizio di una vita all’impronta di ideali più grandi di me ed ha rafforzato la convinzione che bisogna guardare al benessere delle persone e dell’ambiente a livello planetario oltre che locale.

Sicuramente in questo periodo lontano da casa avrai provato tante emozioni! Qual è stato il tuo ricordo più significativo da quando sei negli States?

Dopo una dozzina d’anni i ricordi si accumulano, ci sono state tante sfide e tanti momenti di gioia. Trasferirsi a Brooklyn, in una casa che abbiamo ristrutturato secondo le nostre esigenze, in un quartiere (Cobble Hill) che ci piace tantissimo, è stato forse il giro di boa più significativo.

Sei riuscito ad ambientarti velocemente in questa nuova realtà?

Relativamente a tante altre città in cui ho vissuto, New York in generale, e Brooklyn in particolare, sono molto accoglienti. Benché ci siano ancora dei grossi problemi di integrazione sociale e razziale, questa è una città di immigranti. Gli italiani ormai fanno parte del folklore locale e in generale se sei europeo e bianco l’integrazione è molto facile. Il discorso sarebbe molto diverso se avessi la pelle di un altro colore. Lo dico con imbarazzo, ma ad oggi è ancora un fattore importante…

Quali progetti avevi quando sei partito, e quali sono i tuoi progetti futuri?

L’esperienza di lavoro alle Nazioni Unite in Medio Oriente aveva rafforzato in me il desiderio di lavorare nel sociale, ma non volevo più lavorare in una grossa burocrazia, così lenta e farraginosa.  Mi stavo guardando intorno mentre l’economia globale è caduta in picchiata e, dopo un periodo di false partenze e porte chiuse, mi sono iscritto all’università per un Master in Relazioni Internazionali e Gestione di Organizzazioni senza scopo di lucro alla New School di New York, una scuola che mi era stata raccomandata da tanti nel settore.

Alla fine del Master, mentre di nuovo cercavo un lavoro mi è stato offerto di collaborare con uno studio di design e consulenza strategica fondato da dei giovani italiani molto cosmopoliti, la Zago. (https://www.zago.co) Sono rimasto alla Zago per cinque anni e alla fine ero responsabile del Social Impact, ovvero dei clienti nel non profit o nell’imprenditoria Sociale. Sono stati, professionalmente gli anni più formativi della mia vita. Con clienti sparsi in giro per gli Stati Uniti, il Sudamerica e la Cina, la mia vita era molto movimentata. Le metodologie e le esperienze acquisite alla Zago sono poi quelle che mi hanno permesso di fondare il mio piccolo studio di consulenza strategica che ho chiamato “Di Nigo Consulting”. (http://www.dinigo.nyc) Dove “Nigo”, ovviamente, ho voluto utilizzarlo per richiamare Nigoline, perché è là che sono nate e continuano ad abbeverarsi le mie radici e il mio senso della comunità e amore per il territorio. In particolare, devo riconoscere il mio debito di riconoscenza per gli amici dell’Associazione Monte Alto (https://www.facebook.com/associazionemontealto) che da sempre alimentano e guidano il mio attaccamento alla terra. Seguo organizzazioni come Slow Food USA, (https://www.slowfoodusa.org) di cui sono oggi co-presidente del Consiglio di Amministrazione e Friends of Havana, altra ONLUS che presiedo e che si occupa di sviluppo urbano sostenibile per la capitale cubana.

Un passaggio importante della tua vita all’estero hai citato la collaborazione con un gruppo di giovani italiani. In questo tuo percorso ti è mai capitato di condividere esperienze di vita o lavorative con gente proveniente dalla tua Franciacorta?

Gli Italiani della Zago erano dei non-franciacortini – e glielo facevo pesare. Ciononostante, erano dei buoni diavoli!!!! No, in America non ho mai lavorato con gente che veniva dalla nostra regione, ma il mio primo lavoro pagato dopo il Liceo l’ho fatto con la mia amica Geraldine Haggart. Geraldine era cresciuta a Bornato e anche lei era mezza forestiera, ma molto attaccata alla Franciacorta. Vendevo, con modesto successo, spazi pubblicitari per un magazine in giro per Desenzano. Ai tempi il lago di Garda mi sembrava molto esotico! Con Geraldine ci conoscevamo fin da bambini e mi ha messo sotto con amorevole tenacia. Un ottimo primo capo!

 Come è la vita di un franciacortino all’estero?

Questo franciacortino all’estero ormai c’è da 25 anni. Mi sento di essere un ambasciatore culturale delle nostre belle “coorti”. Entro nelle enoteche e chiedo sempre se hanno del Franciacorta. Teniamo conto del fatto che mia madre, Chica Monti della Corte, che purtroppo è mancata giovanissima nell’’84, è stata fra i pionieri dell’enologia Franciacortina e abbiamo ancora una trentina di piò di vigneti DOCG fra Nigoline ed Adro. Ho la fortuna di essere cresciuto in una delle più belle dimore delle Dimore Storiche della zona. Comunque, qui a Brooklyn frequentiamo un misto di Americani e internazionali (Italiani inclusi). Mi stufano i gruppi troppo omogenei. 

Quali sono le principali differenze con l’Italia?

Non vorrei generalizzare. Da quando andavo all’oratorio nei primi anni 80, l’Italia che ho vissuto e l’America si sono avvicinate in molti modi: media, commercio, stile di vita… ormai in giro per i campi dei nostri paesi si incrociano i camioncini di Amazon che consegnano di tutto grazie al Wi-Fi sempre più diffuso. Mentre invece a New York la cultura (soprattutto eno-culinaria) Italiana è sempre più amata e celebrata; con poche eccezioni riesco a trovare qualsiasi prodotto italiano nel raggio di cinque chilometri. Insomma, gli stili di vita, in superficie, si assomigliano sempre di più. Detto ciò, questa è una delle grandi metropoli del pianeta e direi che quello che manca qui è una certa spontaneità del vivere. Qui non c’è un Monte Alto (o Orfano che sia) o le Torbiere nel quale poter scappare senza tanti preparativi. Intorno a New York la natura è bellissima e varia, ma ogni volta uno si deve organizzare un po’ per fare una gita.

Un quarto di secolo all’estero, come hai comunicato alla famiglia che saresti partito, e come hanno accolto questa tua decisione?

Siamo una famiglia molto internazionale. Mio padre è olandese e fino al ’72, quando a Nigoline c’erano ancora nonni, i miei genitori e le mie sorelle vivevano ad Amsterdam e si veniva in Italia per le vacanze. Dopo la morte di mio nonno Sandro Monti, mia madre ha iniziato a occuparsi dell’azienda vitivinicola portandola a delle nuove vette di qualità e nomea. Il Barone Monti della Corte è un’etichetta storica della Franciacorta e una delle mie priorità è di fare in modo che questo nome e il suo lavoro di giovane imprenditrice non vengano dimenticati. Di noi tre fratelli, io sono l’unico che è cresciuto esclusivamente in paese e per me è stata una grande gioia ed un’immensa fortuna. Comunque, mio padre quando ho iniziato a vivere all’estero era in Etiopia dove ha lavorato con la sua (e nostra) beneamata seconda moglie Niki per 7 anni dal ‘95 al ’02. Insomma, se non partivo io, all’estero mi ci avrebbero mandato loro!

In questo lungo periodo, quante volte hai pensato di mollare tutto e tornare a Palazzo Monti? Come si superano questi momenti di nostalgia lontano dalle proprie origini?

Nostalgia forse non è il termine giusto. A me manca tantissimo Nigoline e i miei amici di sempre della Franciacorta, ma sono in contatto quasi quotidiano con le mie sorelle anche per questioni di gestione della casa, quindi non mi sento proprio lontano. Comunque, ricordo (e si ricorda anche lei) che a Marianne, prima di parlare di metter su famiglia ho chiesto se fosse aperta all’idea di tornare a vivere a Nigoline prima della vecchiaia. Ha detto di si e le ho chiesto di sposarmi! Non intendo mollare niente a condizione di poter sempre tornare. Se mi facessero un aut-aut fra vivere in giro o in Franciacorta, trascinerei la famiglia nella casa a vita!

Da “ambasciatore culturale” delle nostre corti ed esperto del settore, come vedi il rapporto degli americani con il vino, sia per quanto riguarda la produzione che l’importazione?

L’America è fatta di tante Americhe diverse. Gli Stati sulle coste orientale e occidentale hanno una cultura enologica più sofisticata. In California le zone di Napa e di Sonoma hanno dei grossi produttori a livello mondiale e a fine ‘800 hanno anche salvato la Francia e l’Italia quando i nostri vigneti sono stati letteralmente decimati dalla filossera, mandando degli innesti resistenti al parassita. Detto ciò, so che i genitori di mia suocera, che è californiana, non bevevano vino a tavola come siamo abituati noi da sempre, ma solo in rare occasioni. Ma nel tempo e soprattutto direi negli ultimi trent’anni, c’è stato un enorme aumento della domanda per il vino e, sicuramente i vini italiani con i francesi sono fra i più richiesti. A me i vini Californiani con rare eccezioni, anche di gran nome e prezzo, non piacciono perché troppo forti e spesso troppo “barricati”. Preferisco vini più semplici e leggeri. A New York, il Franciacorta si trova sempre più spesso, ma deve competere da un lato con lo Champagne, e dall’altro con il Prosecco. Questi americani vanno ancora un po’ educati, ma la tendenza è positiva…  

Raccontaci qualche curiosità sugli Stati Uniti e sulla località in cui ti trovi!

Beh, una cosa che io trovo divertente è che essendo anche mezzo olandese, qui a Brooklyn mi sento doppiamente a casa. Sia New York che Brooklyn sono state fondate da coloni Olandesi (infatti si chiamavano Nieuw-Amsterdam e Breukelen) e poi l’immigrazione italiana di fine Ottocento inizi Novecento ha visto proprio qui a Brooklyn insediamenti massicci di italiani. Allora giro per strade con nomi olandesi (Van Brunt, Van Dijk, Red Hoek) e negozi di alimentari e barbieri che si chiamano Caputo, Monteleone, Mazzone…

Ripensando alla Franciacorta, quale luogo ti è rimasto nel cuore?

Domanda difficile da rispondere in modo esaustivo. Considera che io torno almeno tre volte all’anno e che con le mie sorelle seguo la gestione di Palazzo Monti, (https://www.palazzomonti.it) quindi non mi sento così “rimosso”, ma se devo pensare ad un luogo che per me rappresenta la memoria e gli affetti, direi la bellissima chiesa di Sant’Eufemia (https://visitlakeiseo.info/arte-e-cultura/chiesa-di-santeufemia-a-nigoline-bonomelli/) sopra Nigoline.

Quali sono i tuoi rapporti con la Franciacorta, e ogni quanto torni?

La gestione e manutenzione di Palazzo Monti, come ti ho già accennato, sono per me una passione ed un imperativo. Sia a livello personale, che come monumento storico per tutto il territorio. Viviamo la casa in modo molto normale, ma siamo felici di aprirla al pubblico per condividerla con gli altri. Una casa del genere richiede una costante cura e per questo motivo sono sempre in contatto con le mie sorelle Marie-José ed Isabella che invece vivono una proprio a Nigoline e l’altra a Brescia. Oltretutto ho tantissimi amici sia in paese che in giro per gli altri paesi della Franciacorta. Amicizie a volte di secoli che si tramandano di generazione in generazione.

Se potessi portare qualcosa degli Stati Uniti in Franciacorta, cosa porteresti?

Giotto! Il nostro nuovo cucciolo di Labrador! Ha quasi sei mesi, ma per ora i viaggi in aereo sono troppo traumatici per i cani e quindi lui rimane sempre a Brooklyn con amici.

E della Franciacorta negli Stati Uniti?

Che dire, i prodotti me li porto sempre anche nascosti in valigia (soprattutto i salami!). In realtà a me piace separare gli ambiti. Mia moglie Marianne mi prende in giro perché non ho portato quasi niente da Nigoline a Brooklyn e invece porto sempre roba da Brooklyn a Nigoline!

Parlando di attualità, come hai vissuto e come è stata gestita questa pandemia negli Stati Uniti?

Abbiamo tre bambini di 12, 10 e 9 anni, Tommaso, Giacomo e Flora. Appena abbiamo capito che stava per diventare un disastro siamo scappati in campagna a casa di mia suocera in Connecticut. Mi sono sentito un po’ un codardo, ma potendo offrire ai bambini una casa con giardino l’ha resa una scelta ovvia. A settembre siamo rientrati a Brooklyn, facendo una DAD mista. Marianne ed io essendo entrambi consulenti possiamo tranquillamente lavorare in remoto. La città ha vissuto delle fasi abbastanza simili al bresciano solo con uno scatto temporale di qualche settimana. Adesso però gli Stati Uniti sono riusciti con grande successo a distribuire i vaccini tanto che all’oggi il 25% della cittadinanza di New York ha completato le due dosi e il 40% almeno una. Spero che anche in Italia i numeri inizino a migliorare.

Riguardando alle tue esperienze e tenendo conto del tuo background cosa puoi consigliare ai giovani d’oggi che sognano di lavorare nel sociale con le Organizzazioni Internazionali?

È una domanda difficile… Consiglierei a chiunque di iniziare da interessi e passioni genuine e poi di mettersi in gioco magari con un’esperienza da volontario o volontaria. La conoscenza delle lingue è molto importante tanto quanto l’abitudine a prendere e partire per posti e situazioni che non sono usuali. Ci si può comunque formare già in giovane età. Ormai tutto il mondo è paese e possiamo fare esperienze molto analoghe a quelle che si fanno in giro per il mondo anche in Italia. Penso per esempio all’accoglienza dei rifugiati e il sostegno per i migranti. Tema a volte teso, ma in provincia di Brescia, ci sono tante realtà che lavorano molto nel settore. La Diocesi di Brescia e la Caritas sono degli ottimi esempi. Io feci il Servizio Civile per il Comune di Corte Franca e fu un’esperienza importantissima che portavo sempre ad esempio nei miei colloqui di lavoro.

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