Cosa si può chiedere alla vita dopo un divorzio difficile e doloroso? Solamente di vivere il quotidiano con la semplicità che si è persa nel tempo.

Ed è proprio la semplicità trovata in questa terra straniera che ha convinto Paolo a fermarsi in Madagascar, dove era giunto con un gruppo di italiani per la ristrutturazione di un hotel. E da quel giorno sono passati oramai 9 anni; Paolo, tra avventure pericolose e emozioni che gli hanno fatto battere nuovamente il cuore, ha ricominciato a vivere e si è formato una nuova famiglia.

E quando lo contattiamo per ascoltare la sua storia, ci ringrazia per l’interesse che dimostriamo verso i nostri conterranei all’estero e ci annuncia che domani partirà per le Isole Comore.  

Sappiamo che hai lasciato Capriolo per il Mozambico; quale città è diventata la tua nuova casa?

Adesso vivo a Maputo, la capitale del Mozambico, che si trova a sud dello stato, quasi al confine con il Sud Africa. Ma quando nel 2012 sono partito da Capriolo la prima città che mi ha ospitato è stata Pemba, nella regione di Cabo Delgado, che si trova a nord vicino alla Tanzania. Ho vissuto, sempre per lavoro, anche nel distretto di Angonia, ed anche su una delle Isole Quirimbas; un’isola privata dove puoi arrivare solo via oceano, e dove le imbarcazioni arrivano solamente ogni 5 giorni. Su quest’isola, paragonata ai Caraibi, ho vissuto 6 mesi come Robinson Crusoe.

A che età hai deciso di partire, e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Sono partito all’età di 39 anni, insieme ad un gruppo di italiani con un progetto che prevedeva la ristrutturazione di un hotel. E ho scelto di aggregarmi a questa spedizione perché avevo bisogno di staccare dal mio quotidiano. La necessità di cambiare aria dopo un divorzio che mi ha fatto soffrire parecchio, era diventata un elemento essenziale per permettermi di ricominciare a vivere.

Come hai comunicato alla tua famiglia che saresti partito? E qual è stata la loro reazione?

Ho motivato la mia partenza, proprio con il fatto che avevo bisogno di cambiare aria. Capriolo era casa, ma in quel momento non era quello di cui avevo bisogno. Ovviamente, vista la mia destinazione, la preoccupazione dei miei genitori era tanta; ed ancora oggi, per una serie di motivi, non sono felici al 100%.

Sei riuscito ad ambientarti velocemente in questa nuova realtà?

Ambientarsi qui in Mozambico, non è molto semplice; più semplice, però, è capirne la motivazione: il razzismo. E per quanto mi riguarda, qui ne ho trovato parecchio; ma siccome io sono più duro di loro, in 3/4 mesi mi sono fatto molti amici, ed oggi sono ancora qua.

Quali progetti avevi quando sei partito, e quali sono i tuoi progetti futuri?

Quando sono partito, non avevo progetti a medio o lungo termine. L’unica cosa che avevo in mente, era di completare il lavoro che mi era stato assegnato, per poi rientrare in Italia. Ma in questo periodo mi sono reso conto che qui mi sentivo a casa, ed ho deciso di restare.

E quando nel 2012 sei partito per il Mozambico, fra gli italiani, c’erano anche altri franciacortini?

Come franciacortino c’era solo mio cugino che però, dopo solo 3 mesi, è rientrato in Italia perché non è riuscito a superare la fase nostalgica.

Come hai capito di “sentirti a casa” in un paese in cui è difficile ambientarsi?

Nonostante le difficoltà iniziali, la cosa positiva che più mi ha colpito e mi ha convinto a restare qui, è la semplicità della popolazione locale. È una cosa difficilmente spiegabile a voce, ma ti faccio un esempio con quello che accade da noi. Qui se loro hanno un pane, te ne offrono la metà; noi, invece, se abbiamo un pane, ci nascondiamo per mangiarlo da soli.

Di cosa ti occupavi in Italia prima di partire, e di cosa ti occupi oggi?

Io ho sempre fatto l’idraulico, lavorando con mio padre. E qui, sto portando avanti lo stesso mestiere, con le difficoltà del caso, perché l’approccio al lavoro è diverso. Si inizia più tardi e con meno precisione rispetto a noi. Ci sono molte pause e poca attenzione.

Com’è la vita di un franciacortino all’estero? Quali sono le principali differenze con l’Italia?

Fortunatamente, diversa; sia per lo stile di vita, sia per la gente. 

Raccontaci qualche curiosità sul Mozambico e sulla città in cui ti trovi.

Innanzitutto ti posso dire che il Mozambico è un bellissimo paese; purtroppo, però, c’è tantissima corruzione, e per farti strada devi avere delle conoscenze.

Il mio ricordo più significativo da quando sono qui, è legato ad un episodio avvenuto nel 2017 durante un viaggio da Pemba a Maputo. Un viaggio di 3.200 chilometri, fatto in camion con un amico trasportatore, durato 5 giorni e 4 notti. Un viaggio attraverso il Parco Nazionale del Gorongosa, che nella lingua Mwani significa “luogo di pericolo”, in un momento storico con il paese vittima di guerriglie. E proprio durante questo viaggio siamo stati l’obiettivo dei guerriglieri che ci hanno assaltati. Fortunatamente viaggiavamo in una colonna scortata ed i banditi hanno assalito il resto della colonia di camion con colpi di AK47. Io per la paura, mi sono messo dietro il sedile del camion. Direi che questa è la cosa che, fino ad oggi, mi ha segnato maggiormente. Ma di questi anni, di storie o avventure ce ne sarebbero tante da raccontare; pirati somali, attacchi di animali, iene, mamba nero…

Oltre all’attacco dei guerriglieri, c’è qualche altra storia o avventura che vuoi raccontarci?

Non saprei da quale partire, da quando sono qui, ne ho passate davvero tante. Dopo quella negativa di cui ti ho già raccontato, te ne racconto una che invece mi ha emozionato tantissimo. Ero nel distretto di Angonia, al confine col Malawi, per un lavoro di ristrutturazione di un orfanatrofio quando mi si sono attaccati due fratellini di 5 e 7 anni, e prima che ripartissi per Maputo mi hanno portato un regalo. Due spiedini di topolino da mangiare insieme, come ringraziamento per il materiale scolastico che avevo fatto arrivare da Maputo. Io con soli 15 euro ho fatto felici 22 bambini. Loro, con il loro gesto, mi hanno riempito il cuore di quella gioia che da tempo mancava nella mia vita.

Ripensando alla Franciacorta, quale luogo ti è rimasto nel cuore?

Semplicemente Capriolo. Un paese splendido, che avrò sempre nel cuore.

Sempre pensando alla Franciacorta, come si superano i momenti di difficoltà e sconforto causati dalla nostalgia di casa?

La nostalgia c’è sempre, ogni giorno si fa sentire. Ancora oggi è difficile, nonostante io qui mi sia rifatto una vita e mia figlia Jennifer sia già registrata all’anagrafe come cittadina italiana. Così difficile, che a 48 anni a volte mi trovo a piangere. E allora non mi resta che utilizzare la tecnologia e tramite Skype o WhatsApp faccio delle videochiamate per parlare con la mia famiglia italiana. Non è semplice, ma è pur sempre qualcosa.

Quali sono i tuoi rapporti con la Franciacorta, e ogni quanto torni?

La Franciacorta è casa, peccato solo che non sia più vicina. Lavoro permettendo, cerco di rientrare una volta all’anno, nonostante il viaggio sia lungo e estenuante: 26 ore tra pullman e aerei. Ma quando torno a casa, mi sento come un bambino il giorno di Santa Lucia, e mi dedico completamente a mio figlio e alla mia famiglia.

Se potessi portare qualcosa del Mozambico in Franciacorta, cosa porteresti?

Sinceramente porterei in Franciacorta quel “saper vivere anche con poco”.

La semplicità che hai trovato qui, è una di quelle cose che a noi oggi mancano di più. Oltre a questo, se potessi mettere altro nel tuo bagaglio da portare in Franciacorta, cosa porteresti con te?  

Porterei il saper apprezzare ciò che abbiamo, perché quello che vedo da noi è il continuare a fare salti mortali per dimostrare agli altri che abbiamo sempre qualcosa in più di loro.

E della Franciacorta in Mozambico?

Tutto ciò che mi manca davvero, solo a condizione che non vada a sporcare quella semplicità che ho trovato qui e che mi ha permesso di tornare a vivere.

Parlando di attualità, come hai vissuto e come è stata gestita questa pandemia in Mozambico?

Più che la pandemia, il problema più grosso qui in Mozambico è la guerra e gli attacchi dell’Isis che sta massacrando sia la popolazione locale che i lavoratori stranieri. Giusto per capire quello di cui parlo, ti dico un paio di numeri; circa 1.800 sono le vittime del virus, mentre sono quasi 3.000 le vittime degli attacchi. Vittime tra le quali ci sono numerosi bambini.

Dopo averci raccontato una parte di questa tua nuova vita iniziata nel 2012, se oggi ti dicessero di tornare in Italia, saresti pronto?

Sinceramente, no. Io amo Capriolo, il mio paese, la mia terra; ma qui, credimi, si vive una vita totalmente diversa, fatta molte volte di quei piccoli gesti che noi, ed io per primo, abbiamo dimenticato.

Quando ti abbiamo contattato per raccontare la tua esperienza, ci hai accennato ad un imminente viaggio nelle Isole Comore. Sempre per lavoro?

Si, è una trasferta di lavoro che inizia proprio domani e dura circa 6 mesi. Vado a realizzare gli impianti idraulici, elettrici e di aria condizionata in un complesso residenziale di 16 case.

Buon viaggio Paolo. E buon lavoro. Ci sentiamo al tuo rientro, così ci racconti com’è andata.

Grazie per tutto. Ma soprattutto grazie per il lavoro che stai facendo per noi franciacortini all’estero.

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