Ad Ome è degno di nota la straordinaria figura di Don Pietro Battola, fu battezzato in Ome il 7 gennaio 1609 e vi morì, nel letto di casa sua in Martignago, il 17 agosto del 1691. Dopo le esequie svoltesi nella parrocchiale fu tumulato per sua espressa volontà nell’Oratorio di Sant’Antonio. Ha lasciato un testamento il 14 marzo del 1691 con istruzioni dettagliate sul destino di tutti i suoi averi, la maggior parte dei quali fu destinata, come vedremo, ad opere di carità. Tutto fu redatto raccomandandosi a Dio onnipotente, alla Beata vergine, S. Pietro ed a tutti i Santi con questa disposizione preliminare: “ ne resti sempre honorata l’anima sua et suffragata et il pubblico di Homi beneficiato ”. Si rivolse in articolare ai Commissari testamentari con la seguente prescrizione: “ il suo cadavere dopo le essequie sia riportato all’Oratorio di S. Antonio eretto in Homi nella contrada di Martignago et ivi sepolto con coperchio di pietra”. Nel contempo richiese che del pane fosse dispensato in occasione delle esequie e che offerte fossero fatte alle comunità dei frati cappuccini di Iseo e dell’Abbazzia di Rodengo “acciò preghino il Signore per l’anima sua”.La presenza della sua famiglia, Battola o de Batolis, è documentata in Ome a partire dalla metà del XVI secolo. Fu imparentata con famiglie note del paese come i Chimina ed i Manessi ed ebbe tra i suoi esponenti numerosi sacerdoti, in un arco di tempo che va dal 1664 al 1762, tra questi Isidoro che fu insegnante nella Scuola lasciata in testamento da don Pietro. L’abitazione dei Battola è ancora oggi individuabile nella Contrada di sotto della frazione Martignago nelle adiacenze della chiesa di S. Antonio da Padova. I Battola possedevano in Ome estese proprietà, tra queste il complesso recentemente valorizzato del Borgo del Maglio, ancora funzionante, che nel tempo passò dapprima alla famiglia Bono e poi, come testimonia l’attuale denominazione, agli Averoldi.All’epoca di Don Battola il territorio di Ome era sotto il dominio della Serenissima. In quei tempi l’istruzione era prerogativa delle famiglie ricche e quello che oggi chiamiamo insegnamento elementare veniva affidato ad ecclesiastici o laici che dimoravano presso le famiglie. Ad Ome si ha notizia dell’attività di alcuni sacerdoti e di altri, come un professore di grammatica, un certo Stefano Maistrini, già verso la fine del XVII secolo. Nella casa di Leanzio Pedersoli operava nel XVIII secolo una tal maestra Pazienza de Barbis e nel 1684 il Parroco annotava che un certo Stefano Chimina insegnava ad alcuni ragazzi più che altro per carità a fare i conti.In questa situazione estremamente carente per la formazione scolastica, don Battola, con il suo testamento prese una decisione assolutamente innovativa e fornì dal 1691 una dote per ingaggiare un insegnante che si occupasse dell’istruzione di 12 ragazzi poveri aperta anche alla partecipazione di altri dotati di mezzi propriDon Battola istituì anche un fondo per assicurare a quattro giovani di Ome di proseguire gli studi sino al sacerdozio o alla professione di notaio. Tracce di questi candidati sono state scoperte per gli anni dal 1750 al 1758, sotto la dominazione austriaca, a favore di Francesco Ghidesio, Pietro Antonio e Clemente Prati, Michel Arcangelo Orcello e Pietro Maistrino, e più oltre nel 1871, già in epoca dell’Unità d’Italia, per i chierici Giorgio Garbelli e Stefano Borboni.Don Pietro Battola disponeva anche di una cospicua biblioteca. Parte di quel patrimonio librario gli derivò da un lascito da don Gio Giacomo Chimina (che fu parroco ad Ome dal 1616 al 1630). Quel nucleo fu poi integrato da altre acquisizioni che composero la biblioteca che aveva un buon numero di volumi a disposizione dei quattro giovani di Ome candidati agli studi superiori come si è accennato. Nell’inventario compilato dopo la morte di don Battola, tolte le donazioni testamentarie da lui volute, restava un patrimonio di ben 148 libri di cui 96 ad uso dei quattro giovani. La formazione dei giovani era affidata a letture molto diversificate: molte erano specifiche per la formazione sacerdotale tra queste: Rito di celebrar di messa, Catechismo, Instructio predicationis, Doctrina Tridentini; altre erano letture di classici come Virgilio, Cicerone, Omero, Esopo, Orazio, Plutarco; non mancavano poi le fonti storiche come le pertinenti Storie venete e bresciane o scientifiche come l’opera di Tolomeo e di Ippocrate; certamente indispensabile per quei tempi era il tomo “ Index librorum prohibitorum” che compare in catalogo al n.136.A Ome già dall’inizio del XVI secolo esisteva la “Carità”, un’istituzione laicale vigilata dal parroco ed alimentata da lasciti destinati ai poveri. Da questi beni oculatamente amministrati derivarono nel tempo acquisizioni di immobili e costituzioni di rendite che venivano distribuite di anno in anno. Per dovere di cronaca dobbiamo anche dire che non sempre gli amministratori corrisposero alle volontà dei testatori, tant’è che più volte nelle visite pastorali vi furono rilievi e rimproveri.Don Battola istituì a Ome con il suo testamento il “Monte granario”, una forma diffusa nel territorio bresciano già nel secolo precedente. Va ricordato che un altro sacerdote, don Tomaso Bongetti, circa un secolo dopo incrementò generosamente questo lascito. Con varie vicende l’opera caritativa resistette nel tempo curata da apposite “Reggenze” delle quali Parroci e Sindaci erano membri di diritto ed alcuni rappresentanti erano eletti da assemblee di “Poveri originari”. Con l’epoca napoleonica fu istituita la “Congregazione di carità” (1807) e con il dominio austriaco del Lombardo-Veneto si passò ai “Pii luoghi elemosinieri”. Dai documenti superstiti è di un certo interesse leggere di che cosa fosse costituita l’assistenza ai poveri: distribuzioni di pane, sale, vino, contributi per il baliatico e per la casa, contributi per vedove, orfani e ragazzi abbandonati.

testo tratto da Giovanni Donni (1991) Don Pietro Battola. Trecento anni di carità, Ome.

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